
Ciascuno di noi vive, in qualche misura, uno stato frammentato.
Non perché ci sia qualcosa che non va, ma perché il nostro sistema interiore è profondamente intelligente.
Nel corso della vita attraversiamo eventi che, per il livello di consapevolezza che avevamo in quel momento, non siamo stati in grado di elaborare. Esperienze troppo intense, troppo improvvise o troppo dolorose. Il sistema, che ha come priorità la sopravvivenza e la continuità, fa allora ciò che sa fare meglio: protegge.
Così, invece di elaborare, registra.
Cattura una sorta di istantanea multisensoriale di quell’evento: emozioni, sensazioni corporee, immagini, pensieri, tono di voce, atmosfera. Tutto viene “stoccato” in attesa che, un giorno, ci sia abbastanza spazio, maturità e sicurezza per poterlo rivedere.
In quel momento accade qualcosa di sottile ma decisivo:
una parte di noi si ferma nel tempo.
Quella parte resta ancorata a quell’istante, come una fotografia animata. E quando viene riattivata da ciò che incontriamo nella vita quotidiana, i cosiddetti attivatori, continua a pensare, sentire e reagire esattamente come allora.
Ecco perché può succedere che in un momento siamo adulti, lucidi, competenti, e un attimo dopo reagiamo in modo sproporzionato.
Il capo che usa un certo tono di voce e improvvisamente ci sentiamo piccoli, impotenti, feriti. Non stiamo reagendo al presente, ma a un passato che si è riacceso. Al tono di nostro padre, allo sguardo di un insegnante, a una scena che il corpo non ha mai dimenticato.
Dentro di noi, in quell’istante, non c’è l’adulto che siamo oggi.
C’è il bambino che siamo stati.
Quando ce ne rendiamo conto, spesso la prima reazione è giudicarci.
Ci arrabbiamo con noi stessi, ci biasimiamo, cerchiamo di zittire quella parte che “ci ha fatto fare una figuraccia”, che ha reagito in modo che non approviamo.
Ma questa non è la via.
Tentare di sopprimere una parte di noi, aggredirla interiormente, farla sentire sbagliata o inadeguata non porta guarigione. Porta solo più separazione.
Prova a immaginare di avere davanti un bambino vero che è entrato in reazione.
Se il tuo cuore fosse aperto, lo umilieresti? Lo colpevolizzeresti? Gli diresti che non vale niente?
No. Cercheresti di capirlo. Di contenerlo. Di rassicurarlo.
È esattamente questo lo sguardo che siamo chiamati a rivolgere verso noi stessi.
Accogliere queste parti non significa giustificare comportamenti disfunzionali, né restare fermi, né rinunciare al cambiamento. Significa creare lo spazio emotivo necessario affinché il cambiamento possa avvenire davvero.
Quando portiamo empatia, compassione e accettazione, possiamo finalmente avvicinarci a quelle parti dissociate senza paura. Possiamo iniziare a dialogare con loro.
E allora le domande cambiano tono.
Cosa sto provando, proprio ora?
Cosa succede alle mie emozioni, ai miei pensieri, al mio corpo?
Ma io, in questo momento, a chi o a che cosa sto reagendo davvero?
Quando è la prima volta che mi sono sentito così?
Le risposte possono arrivare come immagini, ricordi, voci, scene, sensazioni. Non vanno forzate. Vanno accolte.
E quando qualcosa emerge, puoi semplicemente ripetere dentro di te, con presenza:
“Rilascio ogni mio attaccamento emotivo a questo e a ciò che rappresenta per me.”
E poi, con intenzione chiara:
“Recupero quella parte di coscienza collegata a questa esperienza
e la riporto nel mio centro.”
Ogni volta che una parte viene vista, ascoltata e accolta, smette di dover urlare.
Ogni frammento che ritorna, restituisce energia, presenza, libertà.
Non è un processo da fare in fretta.
È un’esplorazione gentile.
Buona esplorazione.




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